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    Intervista a Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio e imprenditrice vitivinicola

    È uno dei trend di maggior crescita del settore. Il vino biologico – la cui produzione è disciplinata da un severo e preciso regolamento – è sempre più apprezzato dai consumatori, sia italiani che esteri, che lo percepiscono come una scelta di qualità e di garanzia. E questo vale anche per altri prodotti da agricoltura biologica, dalla carne alle uova fino a frutta e verdura – solo per fare qualche esempio. Eppure, produrre vino biologico in Italia non è così semplice e la strada da fare è ancora tanta. Di questo e molto altro abbiamo parlato con Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio, che ben conosce il mondo del vino biologico essendo lei stessa un’imprenditrice vitivinicola.

    Partiamo dall’attualità. Nel suo primo discorso al Senato, il premier Mario Draghi ha sottolineato l’importanza che ha per l’Italia puntare su una svolta green. Qual è secondo lei la strada da seguire per valorizzare la produzione di vino biologico? 

    “Credo che l’agricoltura in generale sia il settore più preparato ad affrontare la svolta green di cui ha parlato Mario Draghi. A livello europeo, le strategie da mettere in atto sono state indicate in modo chiaro con il Green Deal. Obiettivi concreti: entro il 2030, arrivare al 25% di territori coltivati secondo agricoltura biologica in Europa (oggi è 8%), ridurre del 50% l’uso di pesticidi, del 20% concimi di sintesi chimica.

    La cosa più interessante da sottolineare è che questa transizione si incontra con le tendenze del mercato! Se le istituzioni saranno in grado di sostenere politiche adeguate per la transizione ecologica, troveranno cittadini pronti ad ascoltarli e seguirli. E il vino è uno di quei settori dove questo aspetto è estremamente importante, sia a livello di mercato interno che di export. I vini italiani hanno una grande forza, la denominazione d’origine. Denominazione d’origine e metodo sostenibile insieme possono fare la differenza“.

    “Non è un caso – continua la Presidente — che diversi istituti di ricerca riportino tra le tendenze export vini provenienti da vitigni autoctoni e coltivazioni biologiche. Ora, dobbiamo essere in grado di valorizzare quello che abbiamo. Finora, ci sono state delle resistenze verso la transizione ecologica in Italia, mentre invece è un’opportunità straordinaria per il nostro settore vitivinicolo e non solo. Non dimentichiamo che partiamo dal 15,8% di superficie biologica coltivata, quasi il doppio della media europea!” 

    Come devono muoversi le aziende vitivinicole che vogliono passare al biologico o diminuire il loro impatto sull’ambiente e quali sono le difficoltà che possono incontrare?

    “C’è poca attenzione a sostenere le aziende vitivinicole che vogliono iniziare a produrre vino bio proprio nel momento di passaggio, che è il più delicato. Per convertire un vigneto da convenzionale a biologico ci vogliono 3 anni. In questo lasso di tempo ci sono costi maggiori, ma l’azienda non può ancora trarre vantaggio dalla certificazione biologica. In questa fase d conversione è indispensabile il sostegno pubblico”.

    Cosa servirebbe al biologico italiano?

    “Oltre quanto detto sopra, investire in ricerca, formazione e assistenza tecnica. Passare al biologico richiede competenze e maggiore professionalità. Non ci sono soluzioni pronte se nascono problemi nel vigneto. Ecco perché sarebbe importante investire in supporto tecnico e formazione delle imprese”.

    Tornando a quanto detto sopra, i dati degli ultimi anni dimostrano una crescita dell’acquisto di vino biologico che non si è interrotta nemmeno con la pandemia. Eppure, in tanti fanno ancora confusione e non conoscono le sue potenzialità. Cosa potrebbero fare in più associazioni e istituzioni per far sì che ci sia maggiore consapevolezza da parte del consumatore?

    “Di certo investire nella promozione dei singoli prodotti, ma anche pensare a campagne informative generali che faccia capire meglio cos’è il biologico. Spesso ci sono tante terminologie che sembrano essere tutte la stessa cosa per i non addetti ai lavori, ma non è così. Il biologico è l’unico processo produttivo riconosciuto e certificato a livello europeo con un marchio che garantisce un sistema di distribuzione e di controllo tramite organismi accreditati. Questo deve essere spiegato, così come bisogna chiarire come viene garantita la fertilità del suolo e il rispetto della biodiversità. Probabilmente facendo un’informazione istituzionale corretta, i consumatori sarebbero anche ancora più pronti a acquistare prodotti bio”.

    Infine, uno sguardo al futuro. Cosa si augura per il 2021?

    “Di ripartire presto. Non tanto per l’agroalimentare, che ha sofferto meno, ma per il settore vino e ristorazione, e in generale per tutti”.  

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