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Orange Wine: che cosa sono? Stanko Radikon ci racconta la sua esperienza

Orange Wine: che cosa sono? Stanko Radikon ci racconta la sua esperienza

Come vanno prodotti e serviti.

Ci sono i vini bianchi e ci sono i vini rossi. Poi ci sono i vini rosati, piuttosto di moda negli ultimi anni, dal colore che spazia dal rosa del Cerasuolo d’Abruzzo ai Chiaretti veneti. Ma non finisce qui: ci sono anche gli orange wineovvero quei vini da bacca bianca frutto di una lunga macerazione sulle bucce, anche due o più mesi, che proprio in virtù di questa lavorazione prendono un colore che poco ha a che vedere con i dorati o paglierini a cui siamo abituati nelle sessioni di degustazione. Ma cosa sono questi vini? E come mai se ne trova pochissimi esemplari nella ristorazione nazionale? Ne abbiamo parlato con Stanko Radikon, dell’omonima azienda nel Collio, a Oslavia, in un’area di produzione che oggi si distingue proprio per questa tipologia di vino. Radikon è una delle aziende di riferimento per i vini macerati, con una produzione di circa 30mila/35mila bottiglie, da circa 13 ettari vitati, che si identifica – oltre che per la riconosciuta qualità dei suoi prodotti – anche per formati particolari (1 litro e mezzo litro) e un’etichetta colorata e unica.

Foto: keiko maika

Foto: keiko maika

Quando si è iniziato a fare orange wine in questa zona?

“Le prime bottiglie sono del 1995. Ma dobbiamo fare prima un piccolo salto indietro: era il 1985 quando iniziai a fare un lavoro puntuale su queste uve, fino a quando nel 1992 decisi di lavorare la Ribolla in purezza. Doveva nascere un grande vino, che riuscisse a valorizzare le potenzialità di questo vitigno. Così fu e il risultato fu sorprendente. Da allora ho avviato delle sperimentazioni e dei test, scoprendo che la Ribolla è un’uva perfetta per una macerazione lunga sulle bucce, ha un bell’acido carnoso. Con questo tipo di lavorazione è stato possibile dare rilievo a tutte le caratteristiche pregiate della materia prima, estrarre colore, profumi, tannini, che sono conservanti naturali del vino e donano longevità al prodotto, senza dover ricorrere a conservanti chimici come la solforosa. Nel corso di questi anni ho trovato anche un libro scritto da un prete della zona, della metà dell’800, in cui si accennava alla macerazione sulle bucce e si diceva di non usare zolfo, affinché anche i malati potessero bere vino: questo mi ha dato un’immensa soddisfazione”.

Sono vini difficili?

“Sono difficili se si vogliono inquadrare in schemi fissi, tipo se si adotta un approccio tradizionale. Se ad esempio si vuole trovare una definizione per il colore, che farebbe pensare a vini dolci o ossidati, oppure se non ci si aspetta il tannino, in quanto vino da uve bianche. Spesso si pensa a questi vini come vini biologici o biodinamici, ma questi sono aggettivi che descrivono soprattutto le pratiche di campagna, non quelle di cantina. Il vero handicap di questi prodotti è che non vengono spiegati al consumatore: non c’è bisogno di paroloni tecnici ma solo di guidare il consumatore nella scoperta di questi prodotti straordinari. Non sono difficili, anzi esattamente il contrario. Ma in questo la ristorazione deve darci una mano: ci vuole personale di sala capace di comunicare quello che sta per essere servito nei bicchieri. Sono vini che vanno portati in tavola nella maniera corretta: non freddi, ma alla temperatura di 15°C circa e che si abbinano perfettamente a tantissime pietanze, grazie alla loro spiccata freschezza e sapidità”.

Quali sono i Paesi che apprezzano di più questa tipologia di vino?

“Negli anni ’90 ci fu – forse per curiosità – un vero boom in Italia. Vendevamo più della metà della produzione nel nostro Paese. Oggi le cose sono un po’ cambiate: sono particolarmente apprezzati negli Usa e in Giappone. Non sono vini da business: richiedono tanto tempo, prima per la macerazione ma sopratutto per l’affinamento, che necessita di almeno quattro o cinque anni prima di andare sul mercato. Sono vini che si fanno per passione: ma sono sicuro che il futuro ci darà ragione in merito alla strada che abbiamo intrapreso. Poi non so, io sono fatto così: mi piace vendere agli altri il vino che piace a me”.

Ci sono particolari accortezze per produrre vini macerati di qualità?

“Ci vuole un vitigno adatto, e in questo la Ribolla è perfetta. Inoltre la maturazione in pianta deve essere ottimale: il vinacciolo, in particolare, deve essere maturo, per questo la nostra vendemmia è sempre ritardata. La Ribolla richiede anche una bella esposizione, non è un’uva semplice, ma come già detto i risultati ripagano di tutte le fatiche. Bisogna anche dire che, in base all’annata, è necessario calibrare le macerazioni, che a volte arrivano anche a quattro mesi, e poi ci vuole un sapiente uso del legno, per tutto il tempo che è necessario affinché il vino sia pronto per essere bevuto. Questi sono vini molto longevi, che ben si prestano ad essere conservati per qualche anno in cantina”.

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