Pitoni al posto della carne, follia o necessità? Lo studio su Scientific Reports

Che gli allevamenti intensivi abbiano un forte impatto sull’ambiente per via delle emissioni prodotte da ogni singola struttura è, ormai, evidente e innegabile. Su come si possa risolvere questo problema si aprono continui dibattiti, caratterizzati da proposte e soluzioni non sempre condivisi dagli allevatori, che si dividono tra coloro che non voglio rinunciare assolutamente all’allevamento tradizionale e tra chi, invece, vorrebbe valutare alternative più ecologiche.

Ed ecco che, proprio sulla scia di scelte più ecologiche e sostenibili, una ricerca recentemente pubblicata sulla rivista Scientific Reports fa luce su una soluzione tanto inaspettata, quanto capace di smuovere l’opinione pubblica.

C’è bisogno di più proteine e i pitoni calzano a pennello

La tesi portata avanti dalla ricerca è la seguente: valutare l’allevamento dei pitoni che, soprattutto in quelle zone del mondo maggiormente colpite da pandemie, crisi climatiche e sfruttamento estremo del terreno agricolo, si rivela una valida alternativa agli allevamenti tradizionali di bestiame.

Nello specifico, è stato il dottor Daniel Natusch, ricercatore e Presidente del Gruppo specializzato in rettili dell’IUCN, l’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura, ad aver condotto alcuni studi di un certo numero di allevamenti di questi serpenti sia in Thailandia, sia in Vietnam dichiarando che: “sulla base di alcuni dei più importanti criteri di sostenibilità, i pitoni risultano superiori a tutte le specie allevate tradizionalmente e studiate finora”.

Allevamento

Ma in cosa consisterebbero questi parametri? É molto semplice: i pitoni generano meno gas serra, richiedono meno acqua rispetto agli animali a sangue caldo, resistono maggiormente alle condizioni climatiche (anche alle più estreme) e non trasmettono patologie pericolose come il Covid19 o l’aviaria. Da non sottovalutare, poi, che i rettili sono ottime fonti di proteine, molto più di polli, suini, bovini e salmoni. In pratica, secondo Natusch, i pitoni sarebbero la soluzione a tutti i problemi provocati dagli allevamenti intensivi.

“Alcuni dei pitoni oggetto del nostro studio hanno smesso di mangiare per quattro mesi (il 45% della loro esistenza) senza nessuna ripercussione sulle loro condizioni fisiche” ha raccontato il co-autore del documento, il Dottor Patrick Aust, ecologista che vive in Africa, che ha aggiunto: “Proviamo a immaginare di non nutrire un pollo per quattro mesi: dopo quattro o cinque giorni sarebbe già morto”.

Più serpenti, meno maiali

Sia Natusch che Aust sono estremamente convinti di quanto dichiarato, soprattutto in merito all’eventuale sostituzione dei serpenti alla carne tradizionale. Tra l’altro, secondo loro, stando alle previsioni future e all’incidenza del cambiamento climatico, il settore agricolo risentirà talmente tanto della diffusione delle malattie infettive e della riduzione delle risorse naturali che mangiare i pitoni non sarà più una scelta, bensì un obbligo.

Che dire, queste dichiarazioni hanno lo stesso impatto di un fulmine a ciel sereno. Come si fa ad abbandonare il classico arrosto per mangiare la carne di pitone? La domanda è lecita, considerando che già la farina di insetti, in particolare in Occidente, continua a destare ribrezzo nella maggior parte dei consumatori; figuriamoci la carne di serpente.

Carne

Le prime opinioni iniziano a farsi strada anche tra gli chef stellati, che si dividono tra chi abbraccia già questa nuova idea e chi, invece, non ne vuole proprio sentire parlare. Certo, se le previsioni dei due ricercatori dovessero avverarsi, gli chef saranno costretti a cucinare piatti a base di carne di pitone e i consumatori saranno obbligati a mangiarli, ma la speranza è che si tratti solo di un grande allarmismo e che l’arrosto rimanga disponibile sulle nostre tavole ancora a lungo.

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