Made in Italy: raddoppia import di grano duro, in calo export di pasta

La filiera del grano duro è in difficoltà: con più di 2,6 milioni di tonnellate importate nel corso dei primi dieci medi del 2023, il deficit estero si appresta a superare – per la prima volta – la soglia del 50%.

Per avere dati significativi bisognerà aspettare il termine dell’annata agraria, che va da luglio a luglio, ma i tentennamenti della componente agricola sono evidenti anche adesso. I prezzi sono crollati del 35% dall’inizio della campagna di commercializzazione, insieme agli investimenti, e le semine stimate sono già sotto del 10% a causa della crisi climatica in corso.

Il caldo anomalo di dicembre non è da sottovalutare, anzi, perché ha generato un ritardo nelle operazioni compiute ogni anno in tutte quelle aree destinate alla produzione di frumento. Stando ai dati, da gennaio a ottobre 2023, l’import ha superato gli 1,1 miliardi a fronte di meno 700 milioni del 2022.

Le conseguenze sulla pasta italiana

Il grano duro rimane la principale coltura nazionale per estensione, oltre che simbolo indiscusso dell’agricoltura italiana. Vanta poco meno di 1,3 milioni di ettari e una produzione che si aggira intorno ai 4 milioni di tonnellate.

Peccato, però, che a causa del crollo della produzione canadese (principale esportatore) il primato mondiale sia passato alla Turchia, con una produzione di 4,3 milioni di tonnellate e un export di 1,7 milioni.

Di conseguenza, anche l’export di pasta 100% made in Italy ha subìto una forte battuta di arresto, tanto che le vendite estere hanno registrato, nei primi dieci mesi del 2023, un calo del 3% circa. Per fortuna, c’è stato un aumento in valore di oltre 89 milioni.

pasta-italiana

Dato che le sorprese non finiscono mai, adesso è sorto anche l’inconveniente della crisi nel Mar Rosso, che ha determinato l’interruzione delle spedizioni marittime attraverso il Canale di Suez; da qui, infatti, passano non poche eccellenze italiane, pasta e prodotti da forno compresi (per un valore di circa 800 milioni).

L’intero mercato globale è in stallo

Soprattutto la questione del Mar Rosso è al centro di dibattiti e discussioni che cercano, nei limiti del possibile, di trovare soluzioni per arginare i danni. A parlarne è stato – anche – Carlo Licciardi, Presidente dell’Anacer (Associazione nazionale cerealisti): “La crisi del Mar Rosso ha un impatto indiretto perché ha un effetto sul costo dei noli, che salgono perché ci sono meno navi disponibili, ma in realtà le importazioni non subiscono lo stop della rotta. Forse – ha ipotizzato – l’impatto potrebbe esserci sulla disponibilità dei container per l’export di pasta, farine e dolci”.

In ogni caso, sempre secondo Licciardi, “ci troviamo in una crisi macroeconomica con consumi in calo e con il maggior compratore mondiale, la Cina, in difficoltà, a fronte di un’offerta abbondante sia di cereali che di soia grazie alle ottime produzioni sia negli Stati Uniti che in Sud America, con la ripresa dei raccolti in Argentina dopo la crisi dello scorso anno”.

Inutile ribadire quanto tutto questo abbia inciso sul crollo dei prezzi e non solo in Italia: “Anche in Italia, dove i consumi non sono particolarmente brillanti, le scorte di quest’anno sono abbondanti e l’Ucraina sta riversando merce attraverso i Paesi europei, non potendo esportare via mare, con camion e treni che hanno portato al collasso la logistica. Uno scenario – ha evidenziato Licciardi – che sta mettendo in serissima difficoltà gli agricoltori italiani ed europei, che già devono fare i conti con costi di produzione (fertilizzanti e mezzi tecnici) alle stelle. Tanto è vero che alcuni paesi come Romania e Polonia, stanno aiutando i produttori di cereali che vivono una situazione molto critica con fondi nazionali. Molti paesi vogliono sospendere l’applicazione della nuova Pac, che con i nuovi vincoli non agevola i produttori, e non credo che nei prossimi sei mesi la situazione sia destinata a cambiare”.

frumento

Come accennato inizialmente, per poter tirare le somme è necessario attendere la fine dell’annata (quindi il mese di luglio); fino a quel momento, è possibile pensare che “la diminuzione sarà contenuta intorno al 10%”, così come prevede Enzo Martinelli, Presidente della Sezione Molino a frumento duro di Italmopa, che aggiunge: “Il raccolto di quest’anno è intorno a 4 milioni di tonnellate, quindi l’import necessario per soddisfare il fabbisogno sarà di circa 2,5. La fonte primaria di approvvigionamento è il Canada che ha subito un crollo da 6 a 4 milioni di tonnellate dei raccolti, quindi ci siamo affrettati a importare. I dati – ha aggiunto Martinelli – sono condizionati dall’aumento delle importazioni nell’ultima parte dell’anno dovuto all’ingresso di un nuovo paese fornitore come la Turchia, che dopo un ottimo raccolto ha consentito l’export con un sistema di licenze che tiene conto della svalutazione della lira turca; ogni contratto era vincolato al blocco delle licenze che poi effettivamente c’è stato a novembre. Anche la Russia, diventato un ottimo fornitore ma meno affidabile, per evidenti motivi, ha bloccato l’export a gennaio. Così in sei mesi abbiamo importato una quantità che di solito si importa in una campagna intera”.

Tenendo conto del fatto che le esportazioni di pasta sono di gran lunga più importanti dei consumi interni, tanto da valere ormai il 60% della produzione, è lecito chiedersi quanto questo possa influire sull’industria molitoria; la risposta di Martinelli è molto semplice: “Siamo riusciti negli anni a esportare il buon nome di un prodotto: cala il consumo interno ma cresce quello estero. L’industria molitoria, anche quando il raccolto italiano sconta problemi di qualità, come quest’anno, riesce a trasformarlo grazie alla possibilità di miscelarlo con i grani esteri. Quando c’è il vincolo del 100% italiano – ha concluso – questo non si può fare”.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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