L’Aglianico del Taburno, il leggendario vino che salvò Ulisse dalle grinfie di Polifemo

Tra i vini più rinomati della Campania spicca l’Aglianico del Taburno. Questa produzione a bacca rossa viene effettuata utilizzando uve del vitigno Aglianico e da uve di vitigni a bacca nera, coltivati nella provincia di Benevento, in Campania. La zona di produzione comprende quasi tutto l’intero territorio di vari comuni del Sannio.
Ma andiamo con ordine. Che cosa ha di speciale l’Aglianico del Taburno? Sicuramente il sapore tipicamente meridionale, con un odore gradevole, dal sapore asciutto, tutte caratteristiche che lo rendono corposo. Lo introdussero i Greci, che individuarono subito, sulle le colline beneventane tra i 200 ed i 650 metri sul livello del mare, il luogo ideale per coltivare questo vitigno.

Aglianico del Taburno: l’area di produzione

Il Taburno, da cui prende una parte di nome questo vino prelibato è il nome di una montagna della Campania ubicata in provincia di Benevento. Ed è prevalentemente nei dintorni di questa montagna che fin dall’antichità i viticoltori ottenevano l’Aglianico. Parliamo di un luogo in cui storie e leggende si susseguono, con protagoniste anche le streghe di Benevento con i loro sabba e riti magici fin dal XIII secolo. L’area di produzione di questo vino si estende precisamente sulle pendici collocate a est di questo monte di origine calcarea. Sono ben tredici i comuni che lo producono, come l’intero territorio di Apollosa, Bonea, Campoli del Monte Taburno, Castelpoto, Foglianise, Montesarchio. E anche Paupisi, Torrecuso, Ponte e parte del comprensorio di Benevento, Cautano, Vitulano e Tocco Caudio.

Caratteristiche dell’Aglianico del Taburno

L’Aglianico del Taburno ha un colore rosso rubino molto intenso. Prima di poterlo gustare, deve essere sottoposto a un periodo di invecchiamento obbligatorio di due anni a partire dal primo novembre dell’anno di raccolta delle uve. Il Rosso Riserva si può invece ottenere a seguito di un invecchiamento minimo di tre anni, di cui almeno 12 mesi in botti di legno e sei mesi in bottiglia. L’Aglianico del Taburno DOP Rosato ha invece un colore rosa corallo chiaro; il suo profumo emana fragranze di rosa e agrumi. Il suo sapore è fresco e persistente.
Ci sono diversi cloni di questo vino. Quello della zona del Sannio è chiamato “Aglianico amaro” e deriva da una vinificazione tradizionale e di un affinamento in barrique per circa sei mesi.
Per essere gustati al meglio l’Aglianico del Taburno Rosso e il Riserva devono essere serviti ad una temperatura di 18 °C. Si possono abbinare entrambi con le carni sia bianche che rosse, il, la selvaggina, formaggi e legumi. L’Aglianico del Taburno Rosato si assapora al meglio ad una temperatura di servizio di 12 °C e risulta ottimo per accompagnare i dessert.

Un vino da leggenda

L’Aglianico del Taburno è anche avvolto dalla leggenda, dato che deriverebbe dall’Ellenico di importazione dopo la dominazione aragonese nel corso del XV secolo. E sarebbe quel “rosso vino di miele” protagonista di una vicenda che vede coinvolto nell’Odissea di Omero l’eroe greco Ulisse. Si tratta di un vino che aveva ricevuto in dono da Marone, un sacerdote della Tracia, che era stato risparmiato insieme con moglie e figli proprio da Ulisse nella strage seguita alla distruzione della città di Ismara, prima tappa del viaggio di ritorno verso Itaca dell’eroe greco.
Il regalo consisteva in dodici anfore e un otre di vino. Come tutti i sacerdoti della Tracia anche Marone usava il vino per predire, tramite l’ebbrezza, il futuro. Una volta approdato nella terra dei Ciclopi, Ulisse partì all’esplorazione insieme a dodici compagni e l’otre di quel vino che intendeva utilizzare come dono di scambio con gli abitanti di quel luogo sconosciuto. Il resto dell’equipaggio rimane invece a guardia della nave ormeggiata a riva. Nell’Odissea Omero specifica che il vino in questione era talmente forte che si poteva bere soltanto se “diluito con venti parti d’acqua. “

Il vino che stese il Ciclope

Ulisse si ritrova così a tu per tu con il gigantesco ciclope Polifemo, che inizia a divorare alcuni compagni dell’eroe greco. Quest’ultimo, inorridito dalla straziante scena, mette a frutto il suo ingegno e decide di offrire il potente vino intonso e non diluito all’essere mostruoso per provare a farlo ubriacare e addormentare. Polifemo beve e apprezza il quello che lui stesso chiama “ambrosia e nettare celeste”, consumandone a dismisura e dando così inconsapevolmente adito al piano di Ulisse. L’Odissea recita infatti: “la coppa ei tolse, e bevve, ed un supremo/ del soave licor prese diletto,/ e un’altra volta men chiedea: ‘Straniero, /darmene ancor ti piaccia’”. L’effetto del vino rende inizialmente Polifemo più malvagio, poiché rivela a Ulisse che lo ricompenserà del dono concedendogli il privilegio di essere divorato per ultimo. Ma appena il gigante si addormenta profondamente Ulisse mette in atto la seconda parte del suo piano. Arroventa quindi la punta di un palo di legno di ulivo e lo conficca nell’unico occhio del ciclope sorprendendolo nel sonno. Ulisse salva così se stesso e i compagni superstiti fuggendo nascosti sotto alle pecore del gregge di Polifemo, il quale ormai accecato, nel cercare i prigionieri, si limita a tastare i suoi animali.
L’Aglianico del Tiburno è entrato così nel mito per il suo sapore forte e persistente, ma anche per… aver steso, nel vero senso della parola, un ciclope!

Related Posts

Ultimi Articoli