Stefano Gagliardo: “Se l’Italia fosse cambiata com’è cambiato il mondo del vino, saremmo i numeri uno al mondo”

Educare al Barolo senza snaturarlo: la scommessa vinta da Poderi Gagliardo negli ultimi venti anni di attività

Le origini di Poderi Gagliardo risalgono a fine XIX secolo, quando la famiglia Colla inizia a coltivare vigne in Piemonte. La svolta nel 1972, quando Marivanna Colla sposa Gianni Gagliardo e di lì a breve iniziano a imbottigliare professionalmente il Barolo.

La storia di Poderi Gagliardo si lega, quindi, indissolubilmente al Barolo, punta di diamante della produzione vinicola, da sempre realizzato perseguendo un unico obiettivo: ottenere un prodotto elegante e dal grande equilibrio grazie a un approccio olistico che tiene conto dell’equilibrio generale del vigneto.

Oggi l’azienda è guidata da Stefano Gagliardo che ci racconta i cambiamenti cui ha assistito negli ultimi venti anni di attività. Il bilancio è positivo: il vino è passato dall’essere considerato un semplice alimento a un fattore culturale imprescindibile e i consumatori sono sempre più informati e consapevoli delle proprie scelte. Ciò ha permesso a Poderi Gagliardo di diffondere la cultura del Barolo senza doverlo snaturare o rendere più comprensibile.

Come è cambiato il mondo del vino dal momento in cui hai iniziato a lavorare nel settore fino ad oggi?

É cambiato tantissimo ed è cambiato in bene. A me piace un commento che ho sentito tempo fa: “Se l’Italia fosse cambiata com’è cambiato il mondo del vino, saremmo i numeri uno al mondo”. 

Siamo passati da considerare il vino un semplice alimento a un vero e proprio fattore culturale.

Quali sono state le sfide più significative che hai affrontato come produttore di vino nel corso degli ultimi venti anni?

Noi andiamo in giro per il mondo a raccontare i nostri vitigni. Negli anni 90 qualcuno pensava che si dovesse cambiare il Barolo per renderlo più comprensibile al pubblico. Invece il territorio ha capito che si doveva educare al Barolo salendo in aereo e raccontandone le peculiarità. Una grande sfida: lo abbiamo fatto in tanti, qui nella zona. E ora il Barolo è considerato tra i pochi grandissimi vini del mondo.

Quali sono le tendenze attuali che stai osservando nel settore vinicolo e quali ne prevedi per il futuro?

Vedo una tendenza alla diminuzione dei volumi: sicuramente stiamo andando verso la produzione di meno bottiglie, ma dal carattere più interessante. Il vino si rivolge a persone sempre più informate e ciò fa sì che non essendo una scelta scontata, i volumi siano minori, ma sempre più qualificati.

Se dovessi scegliere uno dei tuoi vini prodotti in questi venti anni, quale sarebbe e perché? Raccontaci la sua storia.

Non devo pensarci, lo so. E’ Barolo Serra dei Turchi, che abbiamo cominciato a produrre nel 2015. Nasce nel primo vigneto di mio nonno che, nel ’61, ha fatto una scelta in controtendenza: nel momento di massima esplosione del Dolcetto, lui ha scelto il Barolo. 

Lo ha fatto prendendo il piccolo appezzamento Serra dei Turchi, che, negli anni 90, è stato poi reimpiantato. Nel 2015, al compimento dei 20 anni, abbiamo iniziato a produrlo: selezioniamo i grappoli più piccoli dalle parti migliori del vigneto. Gli acini vengono diraspati a mano. La fermentazione avviene con lieviti indigeni.

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