Luigi Bavaresco: “La qualità del vino nasce nel vigneto”

Luigi Bavaresco, docente di Viticoltura all’Università Cattolica e membro di OIV, mette in guardia il mondo del vino: “Dati scientifici per contrastare la lobby antialcol”.

“La qualità del vino nasce nel vigneto e si esprime in cantina”. Secondo il prof. Luigi Bavaresco, docente di Viticoltura all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza) e membro di OIV (Organizzazione internazionale della vite e del vino), l’attività di docenza e di ricerca ha come fine ultimo il contribuire alla produzione di ottimi vini ottenuti da ottime uve. “Lo scopo ultimo della ricerca scientifica è di contribuire a risolvere le problematiche del mondo produttivo” afferma Baveresco. Che mette in guardia dall’avanzata della lobby antialcol: “Non distingue tra il vino e le altre bevande alcoliche e lo considera solo come fonte di alcol e, quindi, dannoso per la salute, indipendentemente dalla quantità. Per arginare questa deriva si deve agire sul fronte medico – scientifico, confutando certe asserzioni con dati scientifici”.

Prof. Bavaresco, come si avvicina al mondo del vino?

Mi avvicino come addetto ai lavori e come consumatore. Sono, infatti, un docente di viticoltura, e, quindi, in stretta connessione con il mondo del vino, considerando che è quanto mai vero l’aforisma che dice: la qualità del vino nasce nel vigneto e si esprime in cantina. Molta dell’attività di docenza e di ricerca scientifica nel settore dell’uva da vino, pur trattando di temi prettamente viticoli, si aggancia inevitabilmente con il risultato finale dell’attività in campo e cioè la produzione di ottimi vini che derivano da ottime uve. Per quanto riguarda il mio “avvicinamento” come consumatore, io gusto il vino quotidianamente durante i pasti da quando ero giovane, e sono molto curioso di assaggiare vini nuovi per me.  Posso, quindi, dire con un po’ di fierezza che contribuisco, in maniera superiore alla media, al consumo di vino italiano. Facendo i conti il mio consumo annuale è di circa 100 litri.

Quali sono i principali temi su cui si concentra la sua attività di ricerca?

La mia attività di ricerca ha trattato, in 40 anni di attività, diversi argomenti, sempre viticoli, a partire dalla nutrizione minerale, alla resistenza alle malattie, al ruolo salutistico dell’uva e del vino, al ruolo dei fattori del terroir sulla qualità, a come affrontare il cambio climatico con azioni di protezione e adattamento cercando di mantenere i vitigni nei loro ambienti tradizionali.

Lei fa parte anche di Oiv. Di cosa si occupa all’interno dell’organizzazione? Qual è l’importanza di questo organismo oggi?

Sono all’interno dell’OIV (Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino) da 15 anni. Ho ricoperto diversi ruoli come presidente di Gruppi di Esperti e come componente del Comitato Scientifico e Tecnico. Ultimamente mi interesso di risorse genetiche e selezione della vite, con aspetti che enfatizzano l’importanza del materiale vegetale nel sistema terroir (potremmo dire che ne è la “pietra angolare”) e quindi come sia importante dare suggerimenti – che si sostanziano nelle Risoluzioni – su come gestirlo e valorizzarlo. L’importanza attuale dell’OIV è di dare una visione sul collocamento del settore vitivinicolo nel mondo globalizzato e di come questo possa interfacciarsi con la società nel suo complesso.

Come possono collaborare accademia e impresa per contribuire alla crescita della viticoltura italiana?

È certamente auspicabile che i due mondi interagiscano di più, anche perché lo scopo ultimo della ricerca scientifica è di contribuire a risolvere le problematiche del mondo produttivo. Deve, cioè, essere utile, ma con un orizzonte più ampio, con una attenzione anche alla società nel suo complesso, facendo convivere in maniera armonica l’aspetto economico, ambientale e sociale. Per quanto riguarda la formazione, i percorsi didattici sono già il risultato della collaborazione università – imprese. Bisogna creare un ambiente dove la collaborazione risulti positiva e vantaggiosa per entrambi gli attori.

Qual è, secondo lei, la sfida più importante che dovrà affrontare la viticoltura nel prossimo futuro?

La sfida più importante è di fronteggiare il potere crescente della lobby antialcol, la quale non distingue tra il vino e le altre bevande alcoliche e lo considera solo come fonte di alcol e, quindi, dannoso per la salute, indipendentemente dalla quantità. Recentemente (2023) l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha rilasciato un documento (Reporting about alcohol – a guide for journalists) dove la prima frase dell’abstract è molto drastica: “non esiste un consumo sicuro di alcol”.  I rischi concreti di questi atteggiamenti ostili sono soprattutto due. Il primo, sul fronte del consumo, è una sua drastica riduzione con conseguenze nefaste su tutta la filiera, visto che il consumo è il traino di tutto il sistema. Il secondo, sul fronte della produzione, è l’eliminazione di aiuti pubblici (ad esempio dell’UE) per il settore vitivinicolo, con conseguenze negative per la competitività delle imprese.

Per arginare questa deriva si deve agire sul fronte medico – scientifico, confutando certe asserzioni con dati scientifici (ad esempio la “J-shaped curve” che dice come il rischio di mortalità di un astemio sia più elevato di chi assume moderatamente alcol), su quello culturale (gustare il vino è un fatto culturale e uno stile di vita), e sul fronte della sostenibilità che va implementata per dimostrare che un mondo senza vino (e quindi senza vigneti) sarebbe per la società nel suo complesso, molto impoverito. Cruciale sarà conquistare a questa visione positiva le future generazioni.

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