Il vigneto Italia a peso d’oro

Non tutto è Barolo o Brunello, ma il comparto sembra godere di buona salute e il vigneto diventa sempre più un investimento patrimoniale e finanziario

Andrea Povellato di Crea
Andrea Povellato, dirigente di Ricerca per Crea, consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria

Le quotazioni dei vigneti in Italia non hanno ancora messo a segno le cifre vertiginose che vantano alcuni territori nelle più blasonate aree vitivinicole francesi – questo è vero – ma al contempo ci sono zone anche nel Belpaese che raggiungono vette da capogiro. Basti pensare all’area di produzione del Barolo ma anche a quella toscana del Brunello di Montalcino, tanto per fare due esempi, anche se la lista potrebbe essere ben più lunga e annoverare denominazioni come il Chianti Classico e l’Amarone, il Barbaresco e il Prosecco Docg. Se ancora il gap esiste – anche e soprattutto nei prezzi dei prodotti – questo potrebbe essere comunque un segnale positivo per tutto il comparto. Complice delle quotazioni da capogiro è senza dubbio anche il blocco degli impianti: le superfici vitate non possono aumentare a dismisura o in base alle semplici richieste del mercato. I vigneti in Italia sono contingentati prima dal sistema dei diritti di impianto (le licenze produttive che bisogna detenere insieme alla titolarità dei terreni per produrre vino) che da tre anni a questa parte sono stati trasformati da Bruxelles in autorizzazioni all’impianto. Tali autorizzazioni vengono messe a bando da tutti i paesi membri Ue, nella misura dell’1% del potenziale produttivo nazionale (che è di circa 650mila ettari). Nel 2019 saranno 6.602 gli ettari nel plafond per i nuovi impianti vitivinicoli a disposizione. Fra gli altri fattori alla base di questo trend di crescita troviamo anche il successo dei vini sui mercati del mondo, investimenti di impresa e, talvolta, capitali della finanza mondiale che si muovono e cercano “beni rifugio” relativamente sicuri sui cui immobilizzarsi, e dall’altra parte anche la passione per un prodotto che fa del legame con il territorio il suo punto di forza, e la forza di un settore che, nonostante tante criticità, cresce ancora. Guardando ai dati pubblicati sul Corriere Vinicolo, su elaborazione del Crea, emerge che l’area italiana dove la terra si paga letteralmente a peso d’oro è quella di Barolo, in Piemonte, dove le quotazioni del 2015 parlavano di minime di 200mila euro ad ettaro e massime anche di 1 milione, per arrivare al 2016 a punte di 1,5 milioni di euro, fino al dato pubblicato da Wine News in una recente indagine di 2,5 milioni di euro per ettaro, e addirittura in una vendita di non molto tempo fa di un vigneto nell’area più vocata di Langa, patrimonio Unesco, si è parlato addirittura di 4 milioni. “La zona del Barolo ha quotazioni molto alte, – spiega il Presidente del Consorzio del Barolo, Barbaresco, Alba e Langhe Matteo Ascheri -,  questo anche perché negli ultimi anni si sono interessati a queste terre anche investitori stranieri, spesso provenienti da settori alternativi al vino. Questo fenomeno, se da una parte ci fa piacere, dall’altra ci preoccupa anche un po’. L’altro fattore da considerare è che si tratta di una zona limitata e contenuta, con circa 2.100 ettari, con alcune zone più vocate e quindi anche maggiormente valorizzate in termini economici. Oggi l’acquisto di un vigneto non è più un investimento produttivo, ma patrimoniale o finanziario. Chi acquista a certe cifre sa che può avere un ritorno economico solo tra 70 anni, quindi i ragionamenti sono di altro tipo e superano le dinamiche familiari a cui siamo abituati”.  Il grande rosso piemontese è seguito a non grande distanza da un altro rosso, stavolta toscano, il Brunello di Montalcinoper il quale i valori sono tra i 750mila e i 900mila euro a ettaro con punte sulla collina di Montalcino che sfiorano il milione di euro. Nel caso di Montalcino l’elemento da sottolineare è che in poco più di 50 anni della Doc, riconosciuta nel 1966, la rivalutazione dei terreni è stata di oltre il 4.500%. A leggere i dati riportati dal Corriere Vinicolo (14 gennaio 2019) e le stime di Wine News si può notare che a dominare le prime posizioni della classifica sono sempre i rossi con il piemontese Barbaresco, che vede prezzi di circa 600mila euro a ettaro, e poi la zona classica della Valpolicella, patria dell’Amarone, con quotazioni comprese in media tra i 450mila e i 550mila euro con punte anche di 600mila. Anche l’Alto Adige ha le sue soddisfazioni, con compravendite di rilievo attorno ai 500mila euro a ettaro. Prezzi che però nelle microzone più importanti, come ad esempio i vigneti nei pressi del Lago di Caldaro, dove è forte la presenza di terrazzamenti e dove soprattutto sono pochissimi i fazzoletti di terra, possono toccare anche la cifra di un milione. “Non abbiamo ancora a disposizione i dati del 2018 – spiega Andrea Povellato, Dirigente di Ricerca per Crea, Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria  – dovremo accontentarci per il momento delle stime del 2017. Il trend è in aumento per numero di compravendite e credito, dal 2014 si sta registrando un segno positivo, mentre negli anni precedenti, ovvero quelli dal 20098 al 2014, il trend era stato negativo. I fattori che possono spiegare questo andamento delle compravendite sono molti: ad esempio i prezzi più bassi ma anche i Psr (Piani di Sviluppo Rurale) che hanno portato più liquidità a disposizione delle aziende. Il discorso in generale sui terreni si fa ancora più importante quando parliamo del comparto vigneto: non c’è mai stato un vero momento di stallo in questo campo, il vino è un prodotto che commercialmente ha una sua specifica forza. Un altro trend che mi sento di segnalare – in quanto sempre più importante – è il fenomeno degli affitti: oggi il 50% della superficie agricola viene condotta da non proprietari. Questo perché le aziende così facendo possono crescere e quindi adottare delle economie di scala, evitando però di investire soprattutto per le incertezze collegate all’instabilità dei redditi aziendali”. E il fenomeno degli investitori stranieri? “A mio avviso non è quello che impatta sui trend. Si tratta di episodi sporadici, così come mi sento di dire che è un po’ superato il momento in cui ad investire sui terreni erano operatori extra agricoli, come avveniva invece negli anni ’90 e 2000”. In effetti la sensazione è che spesso le vendite eccezionali facciano più notizia che altro: tutti si focalizzano su queste operazioni e sognano valori eccezionalmente elevati delle loro vigne. In realtà, in Italia ci sono 625mila ettari di vigneto e il loro valore non è certamente paragonabile, in media, a quello di quelle notizie. Secondo Crea il valore medio di queste vigne è 51mila euro per ettaro. Questo ci fornisce una dimensione del valore fondiario della vigna italiana: 32 miliardi di euro (ben più altro di un qualsiasi altro terreno agricolo). Proseguendo però con le zone più blasonate, troviamo nell’elenco anche la toscana Bolgheridove la quotazione media è tra i 450mila e i 500mila euro a ettaro – e risalendo più a nord non poteva mancare il Prosecco che nella Docg del Prosecco Superiore di Conegliano Valdobbiadeneregistra una quotazione media compresa tra i 400mila e i 450mila euro a ettaro ma che sulla collina del cru Cartizze possono raggiungere quota un milione. Wine News nella sua inchiesta cita anche il Chianti Classico(170-200mila euro), il Nobile di Montepulciano (120-150mila euro, il Franciacorta, dove un ettaro vitato viaggia tra i 250mila e i 300mila euro, e new entry come il Lugana, che in questi ultimi anni ha visto le quotazioni dei propri vigneti raggiungere quota 250mila euro. O ancora l’Etna Doc, denominazione in grande crescita anche grazie agli importanti investimenti in zona effettuati da imprenditori del calibro di Angelo Gaja o Oscar Farinetti, dove si arriva a 100mila euro a ettaro. Ad ogni modo al di là delle tante blasonate denominazioni il vigneto Italia sembra godere di buona salute e  sicuramente non mancheranno nei prossimi mesi notizie di altre affascinanti vendite da record e la crescita di territori del vino alternativi ai grandi “classici”.

Tabella che illustra la quotazione dei vigneti nell'anno 2017

 

Related Posts

Ultimi Articoli