Il Nero di Troia, il mito del vino importato in Italia da Diomede

Il Nero di Troia è riconosciuto come uno dei vini più rinomati della Puglia, e la sua origine si intreccia tra la realtà e il mito. Parliamo di un vitigno a bacca nera coltivato fin da tempi remoti nell’area di Troia, storico comune della provincia di Foggia, ma la sua produzione ora si estende tra Barletta, Andria e Trani. A livello locale è conosciuto l’antico nome di “sumarello” o “somarello”.  In alcuni documenti secolari si menziona il “corposo vino di Troia”, bevuto e molto apprezzato alla corte di Federico II di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero, e coltivato nella zona dell’alto barese intorno all’anno Mille.
Come testimonianza del suo prestigio va evidenziato che a questo vino rosso sono dedicate due delle quattro DOCG pugliesi. Sono la Castel del Monte Nero di Troia Riserva e la Castel del Monte Rosso Riserva, e due DOP, ovvero il Rosso Barletta e il Castel del Monte. Dopo questa piccola introduzione andiamo a scoprire la storia di questo pregiato vitigno.

Tra storia e mito: Diomede e la leggenda del Nero di Troia

Il mito del vino in questione si ricollega a Diomede, re di Argo, eroe e guerriero greco protagonista della Guerra di Troia, e amico fidato di Ulisse. Pare infatti che, una volta conclusosi il decennale conflitto sullo Stretto dei Dardanelli con la conquista da parte dei Greci della città governata da Priamo, il condottiero acheo si sia ritrovato a navigare per il mare Adriatico. Il suo intento era quello di diffondere la civiltà greca in altri territori. Nel suo viaggio era arrivato fino alla foce del fiume Ofanto, che sfocia ora a Margherita di Savoia, vicino a Barletta. Risalì il suo corso e individuò un luogo molto fertile in riva al fiume. Vi ancorò la nave con delle pietre delle mura della città di Troia che aveva portato come zavorra. Le utilizzò anche come cippi di confine per delimitare l’area di quelli che verranno chiamati Campi Diomedei. Qui l’eroe greco piantò dei tralci di vite che aveva portato con sé per ricordo. Dette così origine all’Uva di Troia.
Questa leggenda trova un fondo di verità anche in teorie più accreditate. Alcune infatti presentano l’Uva di Troia come originaria dell’Asia minore e importata dagli antichi Greci in Puglia.
Secondo un’altra ricostruzione il nome deriva semplicemente dalla cittadina pugliese di Troia. Seguendo invece un’ulteriore teoria la denominazione discenderebbe dalla città albanese di Kruja o Cruja, vernacolizzato successivamente in Troia, oppure dalla vinicola regione galizio-catalana della Rioja.

Statua dell’eroe greco Diomede

Dalla “suggestione iberica” alla prima descrizione ufficiale

La ricostruzione collegata alla Rioja fa riferimento diretto agli anni della dominazione spagnola in Puglia, precisamente al Governatorato della giurisdizione di Troia dal 1745 di Don Alfonso d’Avalos, originario di quella regione iberica. Il governatore ritenne che i suoi nuovi possedimenti avessero le caratteristiche idonee alla coltivazione della vite. Decise quindi di impiantarvi una varietà di vite proveniente dal suo paese di origine. In poco tempo ottenne un vino prestigioso che acquisì notorietà con il nome di Nero di Troia. Non è però ancora chiaro se il vitigno importato da Don Alfonso sia effettivamente l’Uva di Troia come la conosciamo oggi. Questa ipotesi infatti non trova conferme o prove certe nel panorama ampelografico della regione iberica della Rioja.
Bisogna invece risalire al 1877, alla pubblicazione Varietà coltivate in Puglia. Saggio di ampelografia universale” dello studioso di viticoltura Giuseppe Di Rovasenda, per trovare la prima descrizione organica dell’Uva di Troia. Viene infatti qui indicata in agro di Trani, come Nero di Troia e, nel barese, come Uva di Troja o di Canosa. Negli anni successivi si scopre che già nel 1854 i produttori avevano registrato nel distretto pugliese della Capitanata impianti sperimentali di Uva di Troia. Questi vitigni si presentano testualmente così: «Varietà robusta, resistente alla siccità ed abbastanza produttiva, a ceppo basso, isolato e in riga. Sistema che i romani dicevano humilis sine adminiculo e che oggi nella regione si riconosce col nome di vigna a sistema latino».

Curiosità e caratteristiche del Nero di Troia

In tempi più recenti sono state effettuate altre procedure di classificazione per il Nero di Troia. Nel 1906, l’agronomo Girolamo Molon, dopo aver riportato i sinonimi dell’Uva di Troia, quali Canosa, Uva di Canosa, Vitigno di Canosa, Troiana, ci tenne a specificare l’autenticità del vitigno. Si legge testualmente: «Non si confonda l’Uva di Troia col Troyen, uva del nord-est della Francia, coltivata in Piemonte col nome di Avana di Chiomonte». Nel 1985 fu invece l’esperto Michele Vitagliano ad analizzare le ampelografie precedenti del vitigno ritrovando l’Uva di Troia in due sottovarietà. La prima, nota localmente come Troia di Canosa o di Corato, ha grappoli più grandi e più tozzi, con acini grossi che fornisce vino abbastanza tannico. La seconda è invece conosciuta come Troia di Barletta, Uva di Barletta o Tranese, i cui grappoli sono cilindrici, più piccoli, con acini meno grandi e fornisce un prodotto meno tannico.
Il Nero di Troia viene da sempre considerato uno dei vitigni pugliesi più importanti per la produzione di vini da taglio. A causa della sua alta carica polifenolica deve fare un lungo periodo di affinamento prima in legno e poi in bottiglia. Nei risulta così un vino abbastanza fruttato con fragranze che ricordano la mora e la prugna.

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