In Sicilia è emergenza siccità

Le temperature anomale, molto più calde della norma, che hanno imperato in Italia nel 2023 hanno lasciato (e continuano a lasciare) strascichi importanti. In Sicilia, in particolare nella zona di Trapani, la situazione è talmente grave da essere diventata una vera e propria emergenza: “Dichiarare lo stato di calamità per supportare i nostri agricoltori: i volumi d’acqua negli invasi sono sotto il livello di guardia. La fotografia complessiva è preoccupante” ha dichiarato l’Assessore all’Agricoltura della Regione Siciliana, Luca Sammartino, a fronte di una siccità che sta mettendo in seria difficoltà tutti gli agricoltori.

Il clima che distrugge la Sicilia

L’emergenza siccità in Sicilia non deve destare stupore, se si pensa alle piogge scarse, agli eventi estremi e alla manutenzione degli invasi del tutto insufficiente del 2023 (e non solo). Il report di Anbi (Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue) è a dir poco drammatico: secondo le stime, la seconda metà dell’anno scorso è stata la più arida da un secolo a questa parte.

Nello specifico, da settembre a dicembre il totale complessivo è di circa 220 millimetri di pioggia, mentre solo a dicembre si è registrato un deficit di precipitazioni fino al 96% sulle province, in particolare, di Enna (-81,5%) e Catania (-80%).

Se il bilancio regionale annuale non è risultato altrettanto drammatico si devono ringraziare solo ed esclusivamente gli eventi estremi che hanno colpito l’isola nella prima metà del 2023, compreso il “medicane” che ha imperato sulla Sicilia orientale sia a febbraio, con cumulate di pioggia fino a 310 millimetri di 48 ore, sia a giugno, con 310 millimetri di pioggia in 2 giorni.

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Da non dimenticare, poi, che la situazione degli invasi siciliani (la cui capienza è fortemente limitata dagli accumuli di sedimenti sui fondali) non permette loro di funzionare correttamente, né di conservare le giuste quantità d’acqua.

Lo sfogo di Dino Taschetta

A rilanciare l’allarme di Anbi è stato anche Dino Taschetta, Presidente di Colomba Bianca, tra le maggiori cantine produttrici di vino biologico in Europa: “La siccità non dipende dall’uomo, ma l’uomo dovrebbe mettere in atto tutto ciò che è possibile per anticipare le problematiche. L’annata è ormai compromessa, solo se Dio ci aiuta e ci manda le piogge, si può recuperare una situazione davvero critica: ma qui non si può andare avanti così. Non si può fare impresa così. Se non si interviene in tempi utili – ha sottolineato – si rischia il collasso della viticoltura in una grande fetta della provincia di Trapani. Sono sempre stato ottimista, ma adesso credo che il disastro sia ormai dietro l’angolo, con danni conseguenti enormi”.

Taschetta prende in causa il Cile, dove gli abitanti sono riusciti a trasformare i deserti in giardini, mentre in Italia (e in Sicilia soprattutto) avviene l’esatto contrario, anche a causa della cattiva – se non assente – manutenzione delle dighe: “La gran parte delle dighe presenti in Sicilia sono state realizzate negli Anni Cinquanta del Novecento, possiedono le sponde in terra battuta, necessitano di manutenzione costante. Se non si interviene e non si concedono le autorizzazioni per proteggere le dighe (e l’acqua in esse contenute) si rischia di disperdere ogni sforzo profuso. Su 46 invasi presenti in Sicilia – ha continuato – appena 22 risultano in esercizio normale secondo la banca dati del Ministero delle Infrastrutture. Nella stagione invernale, solitamente in Sicilia le piogge sono regolari, ma se le dighe non tengono le paratoie chiuse, l’acqua raccolta finisce a mare. La diga Trinità – ha spiegato – la più vicina al nostro territorio, può arrivare a contenere 18 milioni di metri cubi d’acqua, ma lo scorso anno è stata autorizzata a contenerne solo 4 milioni. Con queste quantità si riesce appena ad irrigare i terreni nel comprensorio del lago: ma riempita interamente, invece, avremmo 3 anni di acqua”.

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Taschetta, che ben conosce il suo territorio e le problematiche legate, chiede un aiuto: “Servono interventi mirati per incentivare la creazione di piccoli Consorzi. Serve una squadra di ingegneri che studi il territorio e organizzi lavori rapidi, e servono contributi importanti. È necessario un Piano Marshall per imbrigliare quella poca acqua che abbiamo a disposizione – ha evidenziato – altrimenti la viticoltura sarà destinata a sparire. Ci sarà un impoverimento generale, non si può pretendere che le aziende continuino a impiantare in perdita. Siamo ad un punto di rottura, gli imprenditori sono spaventati”.

Secondo Taschetta, le previsioni non sono certo delle migliori, almeno non alle condizioni attuali: “Se non si affronta il tema subito e con una visione di lungo termine – ha affermato – nel giro di pochi anni perderemo tantissimi produttori. Se la base non regge, crolla l’intera impalcatura. È immorale che chi genera il business del vino debba vivere con l’acqua alla gola”.

Fonte: La Sicilia

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