Un ritratto del mercato italiano al Congresso Assoenologi tenutosi a Trieste

Il fatturato del vino italiano ha fatto segnare nel 2017 un incoraggiante +5% sul 2016, nonostante i consumi mondiali non siano più in aumento. Un trend positivo che per la maggior parte è dovuto all’alta penetrazione nei mercati internazionali delle etichette del Bel Paese. Eppure, in Cina appena ci conoscono, in Germania i prezzi del vino sono in discesa, in Usa l’architettura distributiva è complicata e sempre più concentrata e in Inghilterra i consumi sono in calo e i dazi sono alti. Dove sta allora una porzione del successo del vino italiano? Probabilmente nell’andamento del mercato italiano, che, tuttavia resta croce e delizia per tutti i produttori tricolore. Un tema consueto ma di solito non abbastanza approfondito e che ha trovato alcune risposte nella discussione del Congresso di Assoenologi, nei giorni scorsi a Trieste.

Per per comprendere la struttura dell’andamento dei consumi interni, occorrono dati, ma numeri precisi sul mercato italiano non ci sono. L’Italia produce mediamente 6 miliardi di bottiglie, la metà consumate in Italia. Dal 2002 al 2016, però, il consumo interno è calato costantemente, con l’unica categoria in crescita rappresentata dagli spumanti. In termini produttivi, in Italia ci sono 310.000 viticoltori e 45.000 aziende imbottigliatrici, ma appena 500 cantine sociali detengono il 60% della produzione complessiva. Inoltre, sono 100 le aziende che fatturano più di 10 milioni di euro all’anno, mentre sono appena 35 quelle che fatturano più di 60 milioni di euro.

Andando a segmentare il mercato italiano, il 38% delle bottiglie consumate viene venduto dalla Gdo. Si tratta di 7,5 milioni di ettolitri per 790 milioni di bottiglie, per un fatturato di 2,3 miliardi ripartiti per il 71% nella Gdo vera e propria, che rappresenta anche il 59% a volume. Il 17% è invece venduto dal canale ho.re.ca., il 13% dalla vendita diretta e l’8% dalle enoteche. Ma se i dati generali vengono trasferiti ai vini che costano più di 25 euro, il quadro trova un’altra caratterizzazione. Passa al primo posto “l’ho.re.ca., con il 36%, al secondo le enoteche (24%), al terzo la vendita diretta (19%) per chiudere con il 3% della Gdo – osserva Stefano Leone – la soglia di prezzo sopra i 25 euro è quella che solitamente definisce i vini di lusso e che mondialmente fattura 24 miliardi di dollari. Il nuovo canale dell’e-commerce in Italia ancora non è decollato, rappresentando il 2% del mercato nazionale.

Dal punto di vista dell’“identikit” del consumatore di vino italiano si tratta in maggioranza di uomini, di età superiore ai 34 anni, che consumano bottiglie dal prezzo medio di 12,90 euro e si tratta di 9 milioni di individui. I rossi vengono acquistati soprattutto a denominazione, mentre tra i bianchi è il vitigno ad indirizzare la scelta. Non danno troppa importanza al blasone del produttore, né se le etichette sono fra quelle più citate dalla stampa specializzata. Un quadro, dunque, di un mercato “di casa” ancora una volta complicato.