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    “Ho sempre voluto fare il winemaker!” parola di Nicola Biasi, miglior giovane enologo d’Italia

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    Nicola Biasi si racconta a I Grandi Vini: un giovane enologo che, nonostante l’età, ne ha fatta di strada, tra il lavoro in cantina in Italia, Australia e addirittura Sud Africa

    È stato premiato qualche giorno fa come Miglior giovane enologo d’Italia da Vinoway Wine Selection, ma nonostante l’età, Nicola Biasi ne ha fatta di esperienza nel mondo del vino. Dall’infanzia passata con il padre in cantina – anche lui enologo – al lavoro tra Sud Africa e Australia, a guidarlo è stato sempre l’interesse per il vino e la voglia di conoscerlo nelle sue diverse sfumature. Ne abbiamo parlato direttamente con lui e – bisogna ammetterlo – il tono della sua voce mentre racconta il proprio lavoro è esattamente quello di chi ha fatto della sua passione un mestiere.  

    Nicola, non possiamo non partire dal premio che hai ricevuto lo scorso weekend: quello di Miglior Giovane Enologo d’Italia 2020. Cosa rappresenta per te questo traguardo? 

    Sono molto contento, perché è la conferma che le scelte che ho fatto durante la mia carriera sono state quelle giuste. È stato giusto rischiare di fare vino in Alta Val di Non puntando su varietà resistenti, poco note ma dalle grandi potenzialità, ed è stato giusto scegliere di voler fare il consulente anche se molto giovane – avevo solo 34 anni quando ho lasciato un lavoro molto importante (ero enologo delle aziende toscane di Allegrini) per iniziare questa nuova sfida. In molti mi dicevano che non si può diventare consulenti se non si ha alle spalle una lunga carriera, ma io sono convinto che l’età anagrafica è solo un numero: quello che conta sono le esperienze e io, per fortuna, ne ho fatte molte. 

    Per esempio? 

    Dopo aver iniziato lavorando per alcune importanti cantine italiane (tra cui Jermann e Zuani di Patrizia Felluga), sono volato in Australia, dove ho potuto conoscere un ambiente e una filosofia tutta nuova. Lì, in una grande azienda vitivinicola, ognuno aveva il suo preciso compito e questo mi ha insegnato l’importanza dell’organizzazione in cantina e a segnare nero su bianco tutto quello che si fa. Inoltre, in Australia, il vino ha meno storia e se da una parte la mancanza di tradizione si fa sentire, dall’altra, invece, permette di osare di più e di avere meno preconcetti. Dopo un breve parentesi in Chianti Classico, sono poi passato in Sud Africa: un nuovo mondo dal punto di vista enologico, ma il metodo di vinificazione di coltivazione dei vigneti è molto più simile all’Europa. 

    Uno dei tuoi più grandi successi è sicuramente il tuo Vin de la Neu. Ce ne vuoi parlare?

    Ho voluto puntare su un vitigno resistente per dimostrare che era possibile produrre vini di alta qualità anche con una viticoltura realmente sostenibile. Siamo in Alta Val di Non una zona poco nota, ma non poco vocata, semplicemente ancora meno famosa di altre. La scommessa si è rivelata vincente. Con 0-2 trattamenti riesco a difendermi dalle malattie e il vino che nasce a Coredo, piccolo paesino a quasi 1.000 metri d’altitudine, è davvero a detta di molti di grande qualità. Sempre durante il weekend passato ha ricevuto 97/100 alla Vinoway Wine Selection 2021, nessun vino ha superato questo punteggio. Un vino nato per durare negli anni e per provare ad alzare l’asticella della longevità dei bianchi italiani.

    Come è nata questa passione per l’enologia? 

    Mio padre è un enologo e io sono cresciuto in un’azienda vitivinicola, tra i tini e le fermentazioni. Da parte della mia famiglia non c’è stata nessuna forzatura, ho sempre voluto fare questo e ci sono riuscito. È una fortuna, credo, perché non tutti una volta finite le scuole medie sanno già cosa vogliono fare: per me, non c’erano dubbi, così ho frequentato per sei anni l’Istituto Agrario con specializzazione in viticoltura e enologia. 

    Qual è la parte che ami di più del tuo lavoro?

    È difficile, ogni fase ha il suo fascino. C’è la vendemmia, che è di certo la più stancante, ma anche una delle più belle. Facendo il consulente, da metà agosto a metà ottobre percorro oltre 20mila km per seguire diverse aziende, ma è una “fatica” che faccio volentieri. Poi c’è la fermentazione, quando si passa da un mosto quasi anonimo e simile a molti altri a un vino particolare, unico. Credo che però il mio preferito sia il momento che precede l’imbottigliamento, quando si deve decidere il blend e, intanto, comincia già a delinearsi il vino che verrà. È affascinante, ma anche molto molto divertente. 

    Quanto è importante per te il ruolo dell’enologo, anche di fronte al cambiamento climatico in atto e alle sfide che il vino italiano deve affrontare?

    È tutto più confuso a livello climatico rispetto a trent’anni fa, prima anche chi aveva meno esperienza sapeva quando vendemmiare e come comportarsi. Ora, invece, è fondamentale avere ottime competenze essere molto presenti nelle aziende a vedere il vigneto, avere il polso della situazione sempre. Ed è per questo che avere una squadra vincente è fondamentale. L’enologo, inoltre, è importante per capire che tipo di vino si vuole fare, dove posizionarlo a livello di mercato e capire come affinarlo. Il lavoro si ribalta, si opera in base all’obiettivo e non in base a quello che si ha. Credo che coinvolgere sempre di più l’enologo sia la chiave per affrontare il futuro. 

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