In uno studio di Euipo si evidenziano i rischi legati alla contraffazione nel mercato vitivinicolo ma anche le molte soluzioni per combatterla

83 milioni di euro. È questa la cifra legata alla contraffazione del vino solo in Italia, una cifra che, per rendere meglio l’idea, si avvicina a quello di una grande azienda. Al livello europeo, il peso della contraffazione vale 500 milioni di euro, con più di 2mila posti di lavoro diretti persi. Sono questi i dati di un’indagine dell’ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale Euipo, analizzati, in vista di Vinitaly 2018, dallo studio Glp, società specializzata nella tutela dei marchi e nella loro gestione.

“Valorizzare un’eccellenza e creare sviluppo sono due aspetti che vanno di pari passo”, spiega Daniele Petraz co-managing partner di Glp”, e “il vino è considerato tra i settori ad alta densità di diritti di proprietà intellettuale. E come tale deve essere trattato per evitare che importanti quote di mercato possano essere sottratte ai nostri produttori”.

La lotta alla contraffazione diventa un valore aggiunto in un mercato che non ha più confini, un valore che può essere esercitato appieno da chi ha esperienze consolidate con l’export. Lo studio sottolinea come solo in Lombardia, Piemonte e Veneto, tra le regioni più attive – nel 2015 hanno raccolto il 40% dei marchi depositati in Italia – sono ben poche le aziende vitivinicole che hanno pensato di tutelare la loro etichetta. Nel nostro paese mancano, molto spesso, le competenze necessarie per affrontare al meglio il tema della contraffazione.

Nel settore vitivinicolo, spiega il documento, sono molteplici le possibilità di proteggere e quindi valorizzare la propria identità: non solo il nome e il logo sia del produttore che del vino, ma anche l’etichetta della bottiglia nella sua totalità, nonché il design o modello, che permette la tutela di tutto ciò che definisce il prodotto dal punto di vista estetico come le linee, i contorni, la forma, i colori.

I vantaggi sono chiari. L’Euipo ha stimato che il 39% dell’attività economica totale e il 26% di tutta l’occupazione nell’Ue sono direttamente generati da settori ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale. Inoltre, un ulteriore 9% dei posti di lavoro deriva da acquisti di prodotti e servizi ad opera dei settori ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale. Le imprese europee che possiedono diritti di proprietà intellettuale hanno entrate per dipendente in media superiori del 28% rispetto a quelle che non ne possiedono. Inoltre, sebbene solo il 9% delle Pmi possieda diritti di proprietà intellettuale registrati, queste imprese ottengono quasi un 32% in più di entrate per dipendente rispetto alle altre.