I GRANDI VINI
  Venerdì 10 Settembre 2010
 
 
Pellicole di gusto

 
Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante: il gusto a tinte nere
“Viva questo pranzo tanto buono”, diranno alla fine le commensali, innamorate a tal punto da rimandare la partenza e chiedere, al momento del congedo, di rimanere ancora. Potere di uno chef che ha cucinato con amore, e di un gusto semplice, fatto di piccoli gesti quotidiani. Ma “stasera, signore, però facciamo una cosa leggera: un brodino vegetale”, è l’ultima battuta di Gianni. “Col parmigiano”, però, puntualizza Grazia… Mettiamo subito in chiaro una cosa: nel Paese dove si guidauperiore. Un classico che non tramonta mai. Un film a tinte fosche, forse poco adatto ai mesi estivi, ma intrigante come un romanzo giallo “divorato” nell’afa di una notte d’agosto. È The Cook, the Thief, His Wife & Her Lover di Peter Greenaway (Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante, 1989). Se esiste uno humour nero, forse in questo caso si potrebbe coniare il termine di gusto nero, perché la storia si sviluppa dall’intreccio di cibo, sesso e morte.

La trama è semplice: il criminale Albert Spica ama cenare con la moglie Georgina e la sua gang nel ristorante londinese di cui è comproprietario con lo chef francese Richard. Qui può dare libero sfogo alla sua brutalità, fatta di insulti a moglie e clienti, eccesso di cibo e di una materialità ossessiva che, agli occhi degli spettatori, rendono il gusto, più propriamente, un “disgusto”.

Il ristorante è il fulcro del film, luogo dove si celebra l’ambiguità ossessiva tra morte e vita, tra gusto e disgusto, e dove si consuma anche il tradimento della moglie con un altro cliente, il libraio Michael. A farla da padroni, il corpo (sempre protagonista, nel bene e nel male) e il colore (inteso come scelta fotografica), nel continuo alternarsi di luci spettrali che vanno dal viola al verde al rosso, in un gioco di colori funerei. E poi ovviamente il nero, scelta stilistica, ma anche fosco presagio. In un dialogo celebre, il cuoco Richard spiega: “Io chiedo di più per tutto quello che è nero: uva nera, olive nere, ribes nero. La gente in genere ama ricordarsi della morte. Mangiare pietanze nere è come consumare la morte. È come dirle, morte ti sto mangiando”. Ecco perché le pietanze nere sono quelle più costose, ed ecco perché tornano costantemente nel film. Fino all’epilogo, che non poteva non tingersi di nero, introducendo anche il tema del cannibalismo, pratica tabù che accompagna da sempre la storia dell’umanità.

Se Michael viene ucciso dall’ira di Albert, costretto a ingoiare le pagine del suo libro preferito, così anche il bandito viene punito dalla moglie, costretto a cibarsi del corpo di Michael, in uno dei casi più celebri di cannibalismo della storia del cinema.

Un film grottesco e simbolico, tutto giocato sul contrasto tra rappresentazioni appetibili e disgustose in cui il cibo si fa vita e morte allo stesso tempo. Un’opera forte e provocatoria per chi non ama le mezze misure, per ricordarci che il cibo è anche metafora di una civiltà “carnivora”, quella che produce continuamente prodotti e li consuma alla velocità della luce. Forse proprio per questo un film da vedere: al pari di un altro grande classico come La grande abbuffata di Ferreri, “disgustoso” alla vista tanto quanto “catartico” per l’anima.






 

 

 
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