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Pellicole di gusto
Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante: il gusto a tinte nere
“Viva questo pranzo tanto buono”, diranno alla fine le commensali, innamorate
a tal punto da rimandare la partenza e chiedere, al momento del congedo, di
rimanere ancora. Potere di uno chef che ha cucinato con amore, e di un gusto
semplice, fatto di piccoli gesti quotidiani.
Ma “stasera, signore, però facciamo una cosa leggera: un brodino vegetale”, è
l’ultima battuta di Gianni. “Col parmigiano”, però, puntualizza Grazia…
Mettiamo subito in chiaro una cosa: nel Paese
dove si guidauperiore.
Un classico che non tramonta mai. Un
film a tinte fosche, forse poco adatto
ai mesi estivi, ma intrigante come un
romanzo giallo “divorato” nell’afa di una notte
d’agosto. È The Cook, the Thief, His Wife &
Her Lover di Peter Greenaway (Il cuoco, il
ladro, sua moglie e l’amante, 1989). Se esiste
uno humour nero, forse in questo caso si potrebbe
coniare il termine di gusto nero, perché la
storia si sviluppa dall’intreccio di cibo, sesso e
morte.
La trama è semplice: il criminale Albert Spica
ama cenare con la moglie Georgina e la sua gang
nel ristorante londinese di cui è comproprietario
con lo chef francese Richard. Qui può dare libero
sfogo alla sua brutalità, fatta di insulti a moglie
e clienti, eccesso di cibo e di una materialità
ossessiva che, agli occhi degli spettatori, rendono
il gusto, più propriamente, un “disgusto”.
Il ristorante è il fulcro del film, luogo dove si
celebra l’ambiguità ossessiva tra morte e vita,
tra gusto e disgusto, e dove si consuma anche il
tradimento della moglie con un altro cliente, il
libraio Michael.
A farla da padroni, il corpo (sempre protagonista,
nel bene e nel male) e il colore (inteso come
scelta fotografica), nel continuo alternarsi di luci
spettrali che vanno dal viola al verde al rosso,
in un gioco di colori funerei. E poi ovviamente il
nero, scelta stilistica, ma anche fosco presagio.
In un dialogo celebre, il cuoco Richard spiega:
“Io chiedo di più per tutto quello che è nero: uva
nera, olive nere, ribes nero. La gente in genere
ama ricordarsi della morte. Mangiare pietanze
nere è come consumare la morte. È come dirle,
morte ti sto mangiando”. Ecco perché le pietanze
nere sono quelle più costose, ed ecco perché
tornano costantemente nel film. Fino all’epilogo,
che non poteva non tingersi di nero, introducendo
anche il tema del cannibalismo, pratica tabù
che accompagna da sempre la storia dell’umanità.
Se Michael viene ucciso dall’ira di Albert, costretto
a ingoiare le pagine del suo libro preferito,
così anche il bandito viene punito dalla
moglie, costretto a cibarsi del corpo di Michael,
in uno dei casi più celebri di cannibalismo della
storia del cinema.
Un film grottesco e simbolico, tutto giocato sul
contrasto tra rappresentazioni appetibili e disgustose
in cui il cibo si fa vita e morte allo stesso
tempo. Un’opera forte e provocatoria per chi
non ama le mezze misure, per ricordarci che il
cibo è anche metafora di una civiltà “carnivora”,
quella che produce continuamente prodotti e li
consuma alla velocità della luce.
Forse proprio per questo un film da vedere: al
pari di un altro grande classico come La grande
abbuffata di Ferreri, “disgustoso” alla vista
tanto quanto “catartico” per l’anima.
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